SULL’AUTOPRODUZIONE

 – In piazza, fuori dal supermercato

Il BORDA!Fest – Produzioni Sotterranee, con la partecipazione al dibattito “Splendori e miserie dell’autoproduzione”, durante il Combat Comics 2014 coglie l’occasione per esprimersi a proposito di questa pratica.

INTRODUZIONE

Tra tutte le modalità con cui le produzioni sotterranee si diffondono, ci sembra doveroso spendere qualche parola sul concetto di autoproduzione, perché crediamo che questa pratica esprima pienamente quei valori e quell’approccio propri del mondo sotterraneo.
Ovviamente, per parlare di autoproduzione bisogna dapprima stringere il campo d’interesse, data la vastità di ambiti e la molteplicità di sfaccettature che questa parola porta con sé. Se in altri periodi la parola “autoproduzione” è stata strettamente legata a campi, pratiche e ambienti specifici, oggi gode di declinazioni tra le più disparate, riscontrabili in ogni contesto, da quelli prettamente artistici a quelli riguardanti beni più materiali. Questo è indissolubilmente legato a una sorta di reazione frontale e contraria a un mondo sempre più caratterizzato dalla produzione in serie di ogni tipo di bene: l’autoproduzione come risposta all’industrializzazione del mondo, come pratica continua dell’autonomia e dell’autorganizzazione. All’interno dell’ambito artistico, sceglieremo poi di parlare di autoproduzione dal punto di vista della pratica dell’autoproduzione in sé, come spinta personale alla condivisione, all’autovalorizzazione, allo scambio e all’incontro; non tratteremo aspetti quali il ruolo delle produzioni indipendenti nel mercato odierno o questioni che ci appaiono dispersive o comunque non pertinenti alla nostra riflessione.

UNA NECESSITA’ PERSONALE

A un livello materiale, l’autoprodursi consiste nella pratica di realizzare un oggetto attraverso mezzi propri, derivanti dalle risorse e capacità che si hanno a disposizione, in maniera autonoma e indipendente rispetto a produttori e investitori esterni.
Questa pratica, di per sé banale come banale può essere fotocopiare delle pagine e spillarle assieme, implica al tempo stesso una necessità interiore e l’abbattimento di necessità esterne. A livello personale, la decisione di rendere pubblico e distribuire un proprio lavoro a prescindere dai mezzi e dai canali che si hanno a disposizione, significa rispondere a una propria necessità di comunicazione, che va a braccetto con un’implicita affermazione di se stessi. Attenzione: questo niente ha a che fare con meccanismi di autocelebrazione di sorta.
Comunicare -comunicare se stessi- è sempre un’affermazione di sé, della propria prospettiva, della propria esistenza. Significa dar valore a quel che si è, a quel che si pensa; significa non rinchiudersi nella prigione della paranoia e dell’autoboicottaggio: tirarsi fuori dal cassetto e darsi agli altri; rispondere a una necessità personale e non scontata, ma che se presente assume i tratti di un imperativo. Affermare se stessi -comunicarsi- è in sostanza far dono di sé agli altri, mettersi a disposizione. Autoprodursi significa non avere nessuna necessità di far ricorso a mezzi esterni o mediazioni per far questo.

PROPORRE SIGNIFICA PROPORSI

Proporre un nostro lavoro perché ci rappresenta, perché ci piace, significa non aver bisogno che sia uno standard qualitativo o il gusto comune a dar valore a ciò che facciamo: proporre un nostro lavoro senza legittimazioni di mercato perché in questo ci riconosciamo.
Significa credere che valga la pena condividere ciò che amiamo, ciò che ci diverte fare, significa credere che sia un modo per conoscersi: significa dar valore all’incontro. La pratica dell’autoproduzione è, almeno nelle sue fasi iniziali, al suo livello più particolarista, una pratica artigiana, e in quanto tale si diffonde: se possiedi una mia copia, una mia stampa, un mio oggetto, sarà perché ci saremo incontrati, avremo parlato, o al massimo qualcuno ti avrà parlato di me.
Si tratta di una pratica artigiana che prevede l’incontro di persone, una comunicazione, un legame.

UNO SCAMBIO PARITARIO

Il mondo dell’autoproduzione prevede uno scambio paritario, andando a inficiare il concetto di venditore e acquirente, giacché prevede che ambo le parti ricoprano un ruolo attivo, sia da parte di chi propone, sia da parte di chi cerca. L’acquirente smette di essere semplice acquirente, diviene un cercatore: si tratta di un rapporto paritario in cui nessuno potrebbe condividersi se non ci fosse una controparte attiva, uno scopritore che innesca lo scambio con il proprio interesse, con la propria curiosità verso l’altro.

OGGETTO, NON PRODOTTO

Si può forse dire che anche a livello del tradizionale mercato editoriale si assista a uno scambio, che prevede il “ricevere” da parte di autori ed editori, ma non crediamo sia la stessa cosa. E questo, si badi bene, non perché si voglia fare facile retorica di demonizzazione del denaro (ricevere supporto economico per il proprio lavoro è ciò che ci per- mette di continuare a farlo), ma per alcune sottili, sostanziali differenze insite nel mondo dell’autoproduzione.
Il soldo pagato non è più il prezzo che costa possedere un determinato oggetto, ma un riconoscimento del valore di chi l’ha fatto con il suo ingegno, con la sua capacità; all’impeccabilità della produzione in serie l’autoproduzione antepone il gusto per il particolarismo artigianale. Si tratta di un tipo di produzione che valorizza “l’oggetto” anziché il “prodotto”, dove l’errore, il difetto, sono veicolo di unicità, non causa di invendibilità.

 

LA QUALITA’, LA RICERCA

A una lettura superficiale, questo discorso potrebbe sembrare un’apologia dell’approssimazione, della mancanza di qualità, ma crediamo, invece, che implichi l’esatto opposto. La libertà da vincoli editoriali come gli standard contenutistici, gli standard di formato, come gli standard narrativi o estetici significa la libertà di ricerca in ognuna di queste direzioni, e quindi sia libertà di espressione relativa a forme e argomenti nuovi, sia ricerca di qualità in gusti e tecniche differenti.
Anche quando l’autoproduzione ha fatto della mancanza di qualità la propria bandiera, si è trattato -almeno con il senno di poi- di un passaggio di rottura perfettamente coerente con il continuum del percorso culturale. Rottura che, peraltro, si presenta e si è presentata più volte nella storia di ogni ambito artistico. La lingua stessa con cui parliamo, quella colta dei letterati di oggi, in fondo non è altro che la lingua rozza e volgare degli analfabeti di un tempo.

UN AMBIENTE “ALTRO”

Arrivati a questo punto di argomentazione, si potrebbe credere che ci si ponga su una piattaforma di opposizione trasversale ad ogni forma di pubblicazione classica, non artigiana o indipendente. Si potrebbe credere che si giudichi bassa, semplicistica o banale la proposta offerta dai canoni- ci circuiti editoriali; non è un caso che BORDA!Fest sia stato definito più volte come il “contro-festival” del Lucca Comics, data la sua contemporaneità rispetto alla rassegna lucchese. Eppure noi ci siamo sempre definiti, come ribadito anche nella conferenza stampa, come un “altro festival”.
Sì, perché qui nessuno vuole demonizzare il fatto che il prodotto indipendente incontri il favore del grande pubblico, almomento del cambiamento dei gusti di mercato. Nessuno critica il riconoscimento e i meriti assegnati a chi produce lavori di qualità, intelligenti, divertenti, emozionanti.
Questo ci sembra naturale e dovuto nei confronti di chi fa cultura, di chi ha saputo dare e creare qualcosa che vale per molti. Da qui l’esigenza di “un altro festival”.

 

FUORI DAL SUPERMERCATO

Tornando al tema, e ricollegandoci all’inizio mentre tiriamo le fila del discorso, abbiamo in partenza visto come l’autoproduzione nasca da un’esigenza di condi-visione di sé e da una valorizzazione di ciò che siamo, di ciò che facciamo. Decidere di proporre agli altri ciò che facciamo nel tempo libero, ciò che ideiamo e su cui fantastichiamo, ciò che ci rappresenta, è un atto istantaneo e primitivo, simile al bambino che porge la propria palla agli amici per condividere la gioia del gioco. In quel gesto indirizzato all’altro, è contenuto quello spirito profondamente e limpidamente umano che ci contraddistingue, ma che abbiamo dimen- ticato crescendo in un mondo a tal punto stratificato, fatto di standard, divisioni, etichette, di false necessità, e che abbiamo poi cercato di recuperare spezzettandolo e ricodificandolo in una lunga serie di valori etici, politici, morali.
Ma come spesso accade è una semplice azione che in se stessa veicola mille concetti complessi. Un’azione semplice come condividere la propria passione, come incontrarsi. Ci è sembrato fosse giusto celebrare questo spirito, e ciò che nasce da questo, perlomeno nel campo artistico della grafica, del fumetto, della musica, della comunicazione.
E ci è sembrato necessario farlo in maniera autonoma e indipendente, naturale e autorganizzata come naturale e autorganizzato è il mondo dell’autoproduzione. In piazza, fuori dal supermercato.